Maurizio Molinari propone le mappe per capire le crisi del nostro tempo

di Ferruccio De Bortoli

Maurizio Molinari dedica il suo ultimo libro a Luigi Sagi, ebreo italiano di origine ungherese, finito prigioniero alla Risiera di San Sabba e sopravvissuto ad Auschwitz. «Viaggiatore poliglotta che amava le mappe e attraversò le ferite dell’Europa». Sagi morì nel 1998. In Atlante del mondo che cambia. Le mappe che spiegano le sfide del nostro tempo (Rizzoli), in libreria da oggi, il direttore di «Repubblica» affronta, con l’abituale chiarezza espositiva, le otto grandi emergenze del pianeta — dai conflitti armati alle disuguaglianze, dal riscaldamento climatico al razzismo — con l’ausilio costante dell’infografica. È un interessante e innovativo esperimento di data journalism. I grafici contano più delle parole. Ma ciò non toglie nulla alla profondità del racconto, all’indagine sulla complessità dei fenomeni e alla loro articolazione tra cronaca e storia. Aveva ragione il timido e fragile Sagi (c’è una intervista che gli fece il Centro di documentazione ebraica diretto da Liliana Picciotto): le mappe denudano gli avvenimenti, rendono i contrasti più chiari, ma soprattutto mettono in luce le ferite. Anche quelle che non vogliamo vedere. Sono un antidoto ai pregiudizi. «Le mappe sono le compagne d’avventura di ogni pioniere — scrive Molinari — hanno consentito all’umanità, nelle epoche più diverse, di vedere oltre l’orizzonte». E nell’era dei Big Data sono una sintesi necessaria per non naufragare nell’abbondanza dei segnali.

Nell’analisi di Molinari vi sono quattro tipi di conflitti: quelli armati tra Stati, milizie e clan tribali, il terrorismo, le guerre cibernetiche e le contrapposizioni sull’uso delle risorse naturali. La rivoluzione digitale è stata un detonatore di cui non abbiamo ancora compreso la portata. Ciò ha fatto sì, per esempio, che l’odio jihadista e quello neonazista o suprematista si alimentassero a vicenda e utilizzassero le stesse modalità operative ed espressive. Sono il veleno della violenza che tracima nel linguaggio pubblico, lo assedia e lo corrompe, trasforma gli avversari in nemici. Richiede contromisure che non abbiamo ancora perfettamente individuato. È una delle sfide più impegnative dell’Occidente.

Un grafico chiarisce che la maggioranza degli attacchi hacker, diretti a inquinare il dibattito delle democrazie occidentali, a spiare segreti e brevetti, proviene da tre Paesi: Russia, Cina e Iran. La geopolitica del gas — che spiega per esempio l’attivismo del presidente turco Erdogan nel Mediterraneo — è la chiave degli equilibri futuri nel mercato dell’energia. Di gas naturale ne abbiamo anche noi nell’Adriatico ma facciamo finta di non vederlo, restando così dipendenti ed esposti a fornitori infidi, come Mosca. Lo Stato di diritto è sotto attacco. E sono quattro i Paesi da indagare per capire l’evoluzione del sovranismo: Austria, Ungheria, Polonia e Italia. Anche in questo caso non abbiamo l’esatta percezione di essere osservati speciali, bacino di coltura di un illiberalismo che cancella la memoria e fa leva, come scrive l’autore, sull’«identità tribale delle singole comunità».

Lo sguardo alle mappe delle migrazioni ci fa capire molto sulle cause (la desertificazione del pianeta più delle guerre) e sull’importanza del Niger (il maggior centro di smistamento). Ci svela la composizione dei flussi verso i Paesi ricchi. Dal Nord Africa emigrano di più gli uomini; dai Paesi asiatici meno sviluppati di più le donne; dal Centro America un maggior numero di nuclei familiari. Le correnti migratorie sono molto condizionate dalle ipotetiche prospettive di lavoro. L’Asia è il continente dal quale si fugge di più. «Nel biennio 2010-11 circa 25 milioni di asiatici hanno raggiunto nazioni dell’Ocse e il 44,7 per cento di loro era dotato di una laurea». Una percentuale di laureati inferiore alla media dei Paesi Ocse e circa il doppio della nostra. «La maggioranza dei migranti in fuga proviene da o attraversa tre Stati: Turchia, Pakistan e Iran».

Si può guardare alle disuguaglianze in altro modo. Per esempio sul versante della disponibilità di farmaci di prima necessità, sempre più costosi, anche e soprattutto tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione. L’intelligenza artificiale — e qui Molinari cita lo studio di John Allen della Brookings Institution di Washington — costituirà uno dei «maggiori vettori nella lotta alle disuguaglianze». Ma solo se sarà garantito l’accesso alla connettività veloce (che Romano Prodi propone come un diritto universale) e, nel contempo, saranno sviluppati programmi di apprendimento personali.

Il saggio di Molinari mostra poi quanto sia importante il ruolo dell’Europa nella lotta al riscaldamento climatico. E non solo per l’ambizioso programma del Green New Deal che si propone l’obiettivo di arrivare alla neutralità nelle emissioni di gas serra entro il 2050, ma anche per la capacità di creare good jobs, lavori buoni, nel risanamento di fiumi, laghi e coste. L’Unione Europea può esercitare un’adeguata pressione su India e Cina che sono «al tempo stesso il problema e la soluzione dei cambiamenti climatici», visto che consumano, per produrre elettricità, il 60,2 per cento del carbone impiegato al mondo.

Un’altra grande emergenza è quella della mancanza di parità di genere. Secondo un rapporto dell’Onu del febbraio di quest’anno, una donna su cinque, tra i 15 e i 49 anni, sostiene di aver subito, negli ultimi dodici mesi, una violenza da un partner; 49 nazioni su 193 non hanno leggi per proteggere le donne dalle violenze domestiche. Secondo la Banca Mondiale, su 187 Paesi esaminati, soltanto sei (Lussemburgo, Belgio, Danimarca, Francia, Lettonia e Svezia) registrano una accettabile parità di trattamento sui posti di lavoro. Gli squilibri sono ancora più ampi tra uomini e donne con figli.

Nel capitolo dedicato alle discriminazioni e alle intolleranze, le mappe ci rivelano che razzismo e omofobia sono «quasi uniformemente diffusi, da Vancouver a Vladivostok, praticamente senza soluzione di continuità». E così l’antisemitismo. Con un numero di aggressioni che ha raggiunto, tra il 2009 e il 2018, quota 41 mila. Sono 31 mila gli atti d’odio contro i cristiani; 20 mila contro i musulmani. La pandemia ha fatto precipitare, sostiene Molinari, il cittadino al centro del sistema di sicurezza nazionale. Senza la sua collaborazione responsabile, il virus non si batte. Ma tutti i grandi temi di sicurezza nazionale, specialmente nella gestione dei dati, dipenderanno sempre di più dal grado di maturità dei cittadini, dalla bontà delle informazioni che riceveranno, dalla loro responsabilità personale. «Lo scontro con il nemico — conclude Molinari — non avviene più nella trincea di un lontano campo di battaglia, bensì dentro le nostre strade, i nostri condomini e le nostre case». E le mappe aggiornate, in un Paese libero, saranno ancora più indispensabili.

14 settembre 2020

Maurizio Molinari: “Guarda le mappe e capirai il mondo”

Intervista al direttore di Repubblica, autore di ‘Atlante del mondo che cambia’: “Negli ultimi due anni, l’umanità ha prodotto più dati che in tutti i secoli precedenti. Il ritardo è nell’elaborazione di questa massa di informazioni

di Nicola Mirenzi (Huffington post)

Basta sfogliare l’ultimo libro di Maurizio Molinari, Atlante del mondo che cambia (Rizzoli), per accorgersi immediatamente che nel pianeta tutto è collegato: l’emergenza ambientale, i conflitti che innescano le migrazioni, la classe media impoverita e spaventata dagli stranieri, l’ascesa dei partiti sovranisti e populisti, le discriminazioni e le lotte per l’uguaglianza: “Da sempre, le mappe hanno accompagnato l’uomo nell’esplorazione del mondo: gli hanno consentito di orientarsi, ma anche di guardare al di là dell’orizzonte, aiutandolo a scoprire percorsi nuovi. Gli equilibri politici, sociali ed economici continuano a cambiare. Eppure, le mappe rimangono le migliori compagne d’avventura di qualsiasi pioniere”.

Dopo essere stato a lungo corrispondente da New York, e poi anche da Bruxelles e Gerusalemme, Molinari ha diretto La Stampa e oggi dirige Repubblica. La sua passione per le mappe risale all’infanzia. Fino a poco a tempo fa, però, le aveva usate solo per trovare la via di uscita da una situazione complicata: “Dopo l’uragano Katrina, per esempio, arrivai a New Orleans grazie a una cartina che trovai in un albergo di Baton Rouge, nel quale ero rimasto bloccato per giorni: uno sfollato mi indicò sulla mappa una delle poche strade non allagate che portavano dritte in città e riuscii finalmente a raggiungerla”. Oppure, gli erano servite per scoprire in poche ore i segreti sepolti di una città: “La prima volta che andai a intervistare Gheddafi, nel 1994, una splendida novantenne di origine libica che aveva vissuto dal 1967 a Roma mi regalò una mappa di Tripoli dell’epoca italiana: le strade erano le stesse, ma i nomi delle vie erano quelli dell’epoca, tutti italiani. Gli uomini dell’intelligence libica che mi seguivano ovunque erano sorpresi della facilità con cui mi muovevo fra la Città Giardino, la piazza della Cattedrale e Corso Sicilia. Mi chiesero: “Ma lei come fa a conoscere Tripoli così bene se non c’è mai stato?”. La risposta era in una mappa che avevo piegata in tasca, è nell’abilità di chi l’aveva disegnata oltre 60 anni prima”.

Stavolta, le mappe le ha disegnate lei?

“Sono mappe diverse dalle cartine geografiche che siamo abituati a consultare: rappresentano i grandi fenomeni del nostro tempo, attraverso l’elaborazione di un numero enorme di dati che abbiamo a disposizione, dagli scontri per l’approvvigionamento di riso in Africa, alle epidemie più pericolose che si sono diffuse negli ultimi anni. Il testo, invece, stabilisce delle connessioni tra le mappe e cerca di interpretarle”.

Cosa ha scoperto che non sapeva già?

“Negli ultimi due anni, l’umanità ha prodotto più dati di quanti ne siano stati creati in tutti i secoli precedenti. Il ritardo è nell’elaborazione di questa massa immensa di informazioni. Già osservare un fenomeno – per esempio, la parità di genere –, esprimendolo prima numericamente e poi graficamente, è sorprendente. Mai mi sarei aspettato, però, di raccogliere i dati degli attacchi cibernetici nel mondo e scoprire che la stragrande maggioranza proviene da tre paesi soltanto: la Russia, la Cina, l’Iran”.

Non proprio i Paesi più raccomandabili del mondo.

“Sulla protezione, il controllo e l’elaborazione dei dati si gioca la sfida più impegnativa del nostro tempo: un grande terreno di scontro anche tra modelli politici diversi. Le dittature, infatti, tendono a usare i dati per opprimere, spiare, controllare. Le democrazie e le società libere, invece, dovrebbero usare i dati per custodire e arricchire i diritti delle persone, allargare le conoscenze, diffondere il sapere”.

Non succede spesso il contrario?

“Osservando i moti dell’animo social, si potrebbe pensare che i dati servano più a fornire carburante per le falsità e le scemenze che altro. In realtà, ci sono persone che già lavorano per estrarre valore da questa mole gigantesca di informazioni. Ho visto al lavoro il team del Wall Street Journal che si occupa dell’intelligenza artificiale, ho provato i software che hanno creato per la ricerca online: strumenti che rendono il motore di ricerca Google un reperto archeologico. Ho intuito lì, per la prima volta, che la rivoluzione dei dati può costituire la base per la costruzione di prodotti intellettuali di tipo novecentesco, fornendo le informazioni essenziali per la costruzione di nuove idee generali del mondo”.

Perché nella sua mappa l’Italia è ancora sovran-populista?

“Perché i dati sono quelli delle ultime elezioni politiche, nelle quali il Movimento 5 stelle e la Lega hanno vinto. Il Covid, però, ha cambiato completamente il clima culturale e politico del Paese, stabilendo delle nuove priorità per la classe media. Al primo posto, oggi, non c’è più la protezione dall’immigrazione e dall’impoverimento: c’è la tutela della salute personale, il miglioramento della sanità pubblica, gli investimenti nella scuola. Contestando continuamente lo stato e la democrazia rappresentativa su cui lo stato di diritto si fonda, il sovranismo e il populismo si trovano oggi disallineati rispetto alle esigenze della maggioranza delle persone, le quali chiedono più stato e più istituzioni, mentre le rivendicazioni del populismo – sia di destra, sia di sinistra – tendono a indebolire e lo stato e le istituzioni”.

I populisti di sinistra sarebbero i 5 stelle?

“Be’, l’idea di superamento della democrazia rappresentativa ha due grandi scuole: la prima – di destra – sostiene che la democrazia parlamentare sia una degenerazione assemblearista che deve essere superata e corretta; la seconda – di sinistra – è quella che sostiene che la vera democrazia sia la democrazia diretta, e annovera tra i suoi grandi filosofi Rousseau, e tra gli interpreti più geniali Gheddafi”.

Come Gheddafi?

“Le istituzioni su cui Gheddafi fonda la sua forma di stato, la jamahiriya, sono i comitati locali, piccoli nuclei territoriali nei quali ciascuno poteva esprimersi ed essere ascoltato prima che le decisioni fossero prese. È stata una delle forme che ha assunto nella realtà l’idea della democrazia diretta, forse sconosciuta ai 5 stelle, ma affine culturalmente al sogno dell’uno vale uno, che discende filosoficamente da Rousseau, ed è stata espressa in Italia, con grande limpidezza di pensiero, da Gianroberto Casaleggio”.

Sul no agli immigrati sovranisti e populisti italiani hanno trovato una grande sintonia, però.

“Ma perché il fenomeno delle migrazioni è stato innanzitutto negato dai grandi partiti tradizionali. Non mi riferisco soltanto ai partiti di sinistra, penso anche all’ultimo discorso di George W. Bush in Arizona: disse che il suo più grande errore fu la non riforma della legge sull’immigrazione. Il vuoto dei partiti tradizionali – sia di destra sia di sinistra – ha lasciato campo libero all’occupazione di questo spazio da parte dei populisti e dei sovranisti. I quali dicono: “Basta immigrati!”. E negano, anziché il fenomeno, la sua enormità, illudendosi di poter fermare le grandi migrazioni con una legge”.

Come mai in un mondo tanto diseguale, come quello che lei racconta, la sinistra è così debole?

“Oggi, la più grande causa di disuguaglianza nel mondo occidentale non è più la povertà, combattuta nel Novecento attraverso il welfare state. La disuguaglianza investe l’intero ceto medio, colpendo anche le persone che hanno un reddito. Si può essere diseguali per tante ragioni diverse: perché non riesco a mandare i figli all’università, perché non mi posso permettere un’auto che desidero, perché ho perso il posto di lavoro e non ho gli strumenti per rientrare nel mercato del lavoro sempre più qualificato – che è la più importante di tutte”.

Perché?

“Una volta Obama fece un esempio pertinente: il giorno in cui arriveranno gli autobus a guida autonoma in California – disse – un milione di autisti perderanno immediatamente il posto di lavoro. Quel giorno, sarà impossibile trovare un impiego a tutte quelle persone, né sarà possibile bloccare lo sviluppo tecnologico. Quel giorno arriverà, e la vera sfida sarà investire nella riqualificazione dei lavoratori che perderanno il lavoro, possibilmente prima che lo perdano. Ma nessun welfare state ha le risorse per farlo: ecco perché la sinistra progressista va completamente in tilt, mancando degli strumenti di cultura economica necessari a declinare i principi della giustizia sociale nel nuovo secolo”.

Lei un’idea ce l’avrebbe?

“Nessuno ha una ricetta pronta, ma in molti paesi stanno già elaborando dei modelli. Io credo che sarà necessario inventare una forma di collaborazione nuova tra le aziende, lo stato e i lavoratori. Pensare di combattere la disuguaglianza di oggi attraverso il reddito di cittadinanza non è sbagliato economicamente, è fuori tempo storicamente: significa usare un’arma del Novecento per guarire una piaga del Ventunesimo secolo”.