In “Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea” c’è la storia e c’è la Storia. La storia è quella di personaggi che, con le loro minime vicende di vita, attraversano quella che chiamo Storia. E la Storia è rappresentata dalla nakba, una parola araba che vuol dire “catastrofe“: “la tragedia che segnò l’esproprio violento delle terre e delle proprietà dei palestinesi da parte dello stato di Israele appena nato“. C’è stata una diaspora palestinese negli anni ’40, una diaspora che la stessa autrice cita nell’epigrafe “A mio padre. E a tutti coloro che sono morti nella diaspora, “fi il shatat“, mentre aspettavano di tornare a casa“. Un pezzo di storia che viene ricordato a fatica e, spesso, in maniera confusa: Israele è nato da un atto di forza, da una sopraffazione, da un’azione violenta e dissennata. Così è nato Israele.

Che ruolo hanno l’abito inglese e la mucca ebrea in tutto ciò? L’abito inglese e la mucca ebrea sono legati alle minime vicende di vita della storia. Che poi, in realtà, è una storia d’amore nata nel momento in cui il giovane meccanico Subhi vede, durante la festa di Mawsim El Nabi Rubin, la bella Shams, la figlia tredicenne di Khalil Il Saqqa, un collaboratore di suo padre. Siamo a Giaffa nel giugno del 1947 e Subhi, che ha solo 15 anni, ha già deciso che un giorno sposerà la sua Shams. Intanto lavora come meccanico da M’allem Mustafa guadagnando trenta piaste al giorno, praticamente poco più di una miseria. Un giorno uno dei mercanti più ricchi della città, Khawaja Michael, chiede l’intervento di un meccanico per aggiustare la pompa di irrigazione dei suoi immensi aranceti. Impresa che Subhi porta a compimento con successo. La sua ricompensa? Un abito di fattura inglese confezionato con lana di Manchester presso uno dei migliori sarti della città.

L’immaginazione di Subhi prese a galoppare. Già si vedeva vestito da sposo, di fianco all’amata Shams (la più bella ragazza del mondo). Lui, nel suo elegante abito inglese da otto sterline, e lei, tutta di bianco vestita, come il principe e la principessa inglesi della rivista in biblioteca“. Un abito che, una volta indossato, riesce a tramutare Subhi in un’altra persona: “C’era qualcosa in quell’abito che faceva sentire Subhi più sicuro di sé, qualcosa che non aveva mai provato prima, benché sapesse di avere molte qualità. Era un ragazzo per bene, abile, intelligente e simpatico e davvero molto bello“. Sfila per la città indossando il suo splendido abito di lana di Manchester per farsi ammirare sentendosi più importante di quanto non sia mai stato. La storia di Shubi e del suo abito prende parecchie pagine e scivola via leggera leggera.

La Storia, però, sta per farsi sentire con tutta la sua prepotenza perché il 4 gennaio del 1948 due forti esplosioni scuotono la città di Giaffa gettando nel panico tutta la popolazione. Le voci danno spiegazioni disparate ma la realtà si conosce a breve: “Le bombe avevano colpito il secondo piano del Saraya Building, che ospitava la mensa dei servizi sociali. Era appena stato servito il pranzo a un gruppo di bambini dell’orfanotrofio“. La verità su quell’attentato verrà portata alla luce solo dopo vent’anni permettendo di capire che l’uomo che guidava il camion di arance imbottito di esplosivo e il suo compagno erano due membri del gruppo ebreo Lehi. Da qui in poi la Storia comincia a dispiegarsi in tutta la sua veemenza. “Il mandato britannico giungeva alla fine. La mezzanotte del 14 maggio 1948 si avvicinava a grandi passi e, come un impietoso conto alla rovescia, attacchi e aggressioni andavano aumentando, in frequenza e in ferocia. Il piano di Menachem Begin era semplice: ignorare i confini stabiliti dal Piano di partizione e conquistare quanta più terra possibile prima del 15 maggio. Infatti, finché il mandato era in vigore, gli eserciti dei paesi arabi confinanti – Egitto, Iraq, Siria, Giordania – non potevano entrare in Palestina. E così, in quel lungo lasso di tempo l’Irgun poté agire indisturbato, senza nessun avversario temibile fra i piedi“.

La diaspora palestinese ha inizio: chi può cerca di fuggire altrove portando con sé il poco che può. La dispersione durerà a lungo, tante famiglie saranno smembrate, molti si perderanno, tanti altri moriranno. L’esercito ebraico avanza senza intoppi, vuole la terra di Palestina e per possederla è disposto a compiere atti feroci e azioni violente. “Il Comitato di emergenza del consiglio municipale firmò la resa il 13 maggio 1948. Un giorno prima della fine del mandato“. Una nazione stava nascendo sulle ceneri fumanti di un’altra. “Giaffa fu invasa dai cosiddetti olim, i nuovi immigrati ebrei che arrivavano dalla Bulgaria, da Bukhara e dallo Yemen per insediarsi nelle case dei palestinesi. Le aggressioni e le umiliazioni continuavano senza sosta“.

Le storie di Subhi e Shams si fondono con la trama della Storia palestinese, inevitabilmente. La luminosità, la leggerezza, i colori e la vivacità della prima parte del romanzo vengono completamente annientati dall’angoscia e dalla cupezza che caratterizzano i capitoli successivi, quelli dedicati agli orrori di un’aggressione senza precedenti. Lo scrivere della Amiry rimane diretto e semplice lungo tutto il romanzo. Nessun eccesso, nessuna particolare ricercatezza stilistica. Quanto serve a rendere “Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea” un testo adatto veramente a chiunque. In certi casi sembra che Suad Amiry vada a incappare persino in qualche piccola ingenuità narrativa ma a lei comunque il merito di aver raccolto le memorie dei veri protagonisti, Shams e Subhi che, rispettivamente a ottantaquattro e ottantasei anni, le hanno confidato i dettagli della loro storia d’amore.

Edizione esaminata e brevi note

Suad Amiry è una scrittrice e un architetto palestinese, fondatrice del Riwaq Centre for Architectural Conservation a Ramallah, dove risiede. Nata a Damasco nel 1951, ha vissuto tra Amman, Damasco, Beirut e Il Cairo, ha studiato architettura all’American University di Beirut e all’University of Michigan, specializzandosi infine a Edimburgo. Attualmente si muove fra Ramallah, New York e l’Umbria. Suad Amiry ha scritto “Sharon e mia suocera” (2003), a cui hanno fatto seguito “Se questa è vita” (2005), “Niente sesso in città” (2007), “Murad Murad” (2009), “Golda ha dormito qui” (2013) e “Damasco” (2016), tutti pubblicati da Feltrinelli. Ha vinto il premio internazionale Viareggio Versilia nel 2004 e il premio Nonino Risit d’Aur nel 2014.

Suad Amiry, “Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea“, Mondadori, Milano, 2020. Traduzione di Sonia Folin. Titolo originale “An English Suit & A Jewish Cow. A novel based on a true story”.